I peccati non hanno la stessa gravità né le stesse conseguenze nella nostra relazione con Dio. Basandosi sulle Sacre Scritture, la Chiesa cattolica distingue i «peccati mortali», che sono gravi e possono condurre all’inferno se non ci si pente, dai «peccati veniali», che sono meno gravi. Al contrario, dal lato protestante, si insegna che tutti i peccati meritano l’ira di Dio, sebbene il credente sia assicurato di andare in cielo, indipendentemente dai suoi peccati.
1. Origine biblica della distinzione
Ogni peccato è un’offesa contro Dio. Tuttavia, anche nella vita quotidiana, le colpe non hanno tutte la stessa gravità. Per esempio, insultare qualcuno o accoltellarlo non hanno la stessa gravità. A Pilato, che diceva a Gesù di avere il potere di condannarlo o liberarlo, Gesù rispose: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande» (Gv 19, 10-11). Il peccato di Giuda è dunque più grave di quello di Pilato.
Nell’Antico Testamento si distingueva tra i peccati commessi per ignoranza o inavvertenza, che potevano essere perdonati con un sacrificio, e i peccati commessi deliberatamente, per i quali il colpevole doveva essere messo a morte (Nm 15, 22-31; Lv 4, 1ss). In quest’ultima categoria rientravano le varie forme di lussuria (adulterio, incesto, atti omosessuali, ecc.: Lv 18; Lv 20, 9-18), l’omicidio (Es 21, 12-14), il culto di falsi dèi (Lv 20, 1-5) o l’incitamento a tale pratica (Dt 13, 7ss), ecc.
Il Nuovo Testamento parla di «peccato che conduce alla morte», chiamato anche «peccato mortale», e di «peccato che non conduce alla morte», detto «peccato veniale» (veniale: dal latino venialis, cioè perdonabile, scusabile). La morte è la separazione da Dio già su questa terra (Lc 15, 24) e si conclude, se non c’è pentimento (2 Pt 3, 9), nel fuoco eterno (Ap 21, 8). È san Giovanni che ci insegna il concetto di peccato mortale e veniale: «Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita: a coloro, cioè, il cui peccato non conduce alla morte. C'è infatti un peccato che conduce alla morte; non dico di pregare riguardo a questo peccato. Ogni iniquità è peccato, ma c'è il peccato che non conduce alla morte» (1 Gv 5, 16-17).
2. La dottrina del peccato nel protestantesimo
La negazione della distinzione tra «peccato mortale» e «peccato veniale» nel protestantesimo proviene dalla credenza nella «sola fidei», cioè che solo la fede in Gesù Cristo salva, indipendentemente dalle opere, e nella «sola gratia», ossia che si è salvati unicamente per la grazia di Dio e non in base alle azioni compiute dal credente. Di conseguenza, per loro, una volta che qualcuno crede, è salvato, qualunque cosa faccia.
Per fondare questa concezione, vengono invocati alcuni versetti, in particolare Rm 6, 23: «Perché il salario del peccato è la morte». Quindi, ogni peccato sarebbe mortale e porterebbe alla morte. E Gesù ha detto: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (Gv 5, 24; Gv 3, 18). San Paolo aggiunge: «Ora, dunque, non c'è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Rm 8, 1). Non ci sarebbe quindi alcun «peccato mortale» per cui un cristiano potrebbe essere squalificato dal cielo.
Tali conclusioni sono possibili solo se si considerano alcuni versetti della Bibbia escludendone altri. Infatti, è costante nella Bibbia che Dio renderà a ciascuno secondo le proprie opere, da cui l’esortazione ricorrente ai credenti a convertirsi e a santificarsi: «Tu che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, pensi forse di sfuggire al giudizio di Dio? O disprezzi la ricchezza della sua bontà, della sua clemenza e della sua magnanimità, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? Tu, però, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell'ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità» (Rm 2, 3-7; 1 Cor 5, 9-10; Ap 22, 11-12).
Inoltre, la Bibbia distingue regolarmente le persone non solo in base alla loro fede, ma anche in funzione degli atti che compiono: in «buoni, giusti», che saranno salvati, e in «malvagi, ingiusti», che periranno nel fuoco eterno: «Gli occhi del Signore sono sopra i giusti e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere; ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il male» (1 Pt 3, 12; Is 1, 11-17). «Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio» (1 Cor 6, 9-10).
Tuttavia, anche i giusti sono peccatori, come ci ricorda san Giovanni: «Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi» (1 Gv 1, 10; Rm 3, 10.23). E san Pietro aggiunge: «E se il giusto a stento si salverà, che ne sarà dell'empio e del peccatore?» (1 Pt 4, 18)?
In altre parole, ci sono peccati che non fanno perdere al giusto la sua qualità di giusto e non gli impediscono di essere salvato per la sua fede in Gesù Cristo. Tuttavia, ci sono comportamenti e atti che fanno cadere l’autore, anche se molto credente, nella categoria dei malvagi e ingiusti che non erediteranno il regno dei cieli se non si pentono (Ez 18; Ap 21, 8; Mt 25, 40-46). È così che dei credenti, che hanno persino compiuto miracoli nel nome di Gesù, saranno gettati all’inferno: «In quel giorno molti mi diranno: Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi? Ma allora io dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!» (Mt 7, 22-23).
Quando san Paolo dice: «Ora, dunque, non c'è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Rm 8, 1), precisa nei versetti successivi che coloro che sono in Cristo vivono secondo lo Spirito (Rm 8, 6-10). È per questa ragione che essi sfuggono alla condanna, perché – come egli stesso afferma nello stesso passo – coloro che vivono secondo la carne periranno (Rm 8, 6-10; Gal 5, 19-21).
E quando afferma che «il salario del peccato è la morte» (Rm 6, 23), esortava i suoi lettori convertiti e battezzati in Cristo a non tornare ai loro peccati passati, che erano mortali. Scriveva infatti in precedenza: «Il peccato, dunque, non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri. Parlo un linguaggio umano a causa della vostra debolezza. Come infatti avete messo le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità, per l'iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia, per la santificazione. Quando infatti eravate schiavi del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. Ma quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Il loro traguardo infatti è la morte. Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, raccogliete il frutto per la vostra santificazione e come traguardo avete la vita eterna» (Rm 6, 12.19-22). D’altra parte, non si può basarsi esclusivamente su Rm 6, 23 per affermare che tutti i peccati conducono alla morte, dal momento che la Bibbia afferma esplicitamente il contrario (1 Gv 5, 16-17).
3. Il peccato imperdonabile contro lo Spirito Santo
I protestanti associano il peccato che conduce alla morte, di cui parla 1 Gv 5, 16-17, alla bestemmia contro lo Spirito Santo che Gesù dichiara imperdonabile: «In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna» (Mc 3, 28-29 ; Mt 12, 31-32 ; Lc 12, 10).
Nello stesso passo sopra citato, in cui si parla della bestemmia contro lo Spirito Santo, Gesù afferma che tutti i peccati degli uomini sono perdonabili. Di conseguenza, anche il peccato che conduce alla morte in 1 Gv 5, 16-17 è perdonabile, non attraverso la preghiera, come è scritto nello stesso passo, ma attraverso il sacramento della riconciliazione: «Gesù soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati"» (Gv 20, 22-23).
Si deve quindi concludere che la bestemmia contro lo Spirito Santo consiste nel rifiutare di credere fino alla morte, oppure nel persistere nel peccato mortale fino alla morte, poiché «per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio» (Eb 9, 27). Infatti, «il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2 Pt 3, 9). «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3, 17-21 ; Mc 16, 15-16).
Il fatto che esistano oggettivamente peccati mortali e altri veniali non deve portarci a trascurare il peccato, qualunque esso sia, pensando che alcuni peccati non saranno puniti. D’altronde, l’abitudine ai peccati veniali porta prima o poi a perdere il senso del peccato e a cadere nel peccato mortale. E Gesù ha detto: «di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio» (Mt 12, 36).
