La parola «purgatorio» viene dal latino «purgatorium», che si può tradurre con «che pulisce», e che deriva a sua volta dal verbo «purgare», che significa «pulire» o «purificare». Alcuni lo collegano anche al greco «pyr, pyros», che significa «fuoco», antico simbolo di purificazione. La parola «purgatorio», proprio come la parola «Trinità», non si trova nella Bibbia. Non bisogna però concludere frettolosamente che non sia una nozione biblica.

La questione del purgatorio è una delle principali cause di divisione tra protestanti e cattolici. Per i primi, la salvezza avviene soltanto per la fede in Gesù Cristo, e una volta salvati, si è salvati per sempre. Di conseguenza, dopo la morte, una persona è o dannata o salvata: non ci sarebbe uno stato intermedio di purgatorio in cui i salvati devono essere purificati prima. Al contrario, i cattolici credono nel purgatorio e pregano per i defunti sin dall'inizio.

1. Il purgatorio nell’Antico Testamento

Il riferimento più chiaro al purgatorio si trova nell’Antico Testamento, nel secondo libro dei Maccabei. Era tempo di guerra, e furono trovate delle idolatrie nei vestiti di soldati morti, e fu chiaro a tutti che quella era la causa della loro morte. «Si misero a pregare, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. Il nobile Giuda esortò tutti a conservarsi senza peccati, avendo visto con i propri occhi quanto era avvenuto a causa del peccato di quelli che erano caduti. Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dracme d'argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio per il peccato, compiendo così un'azione molto buona e nobile, suggerita dal pensiero della risurrezione. Perché, se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli pensava alla magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato» (2 M 12, 42-46).

Va subito segnalato che i libri dei Maccabei non si trovano nella Bibbia protestante. Dal Papa Innocenzo I nell’anno 405, che ha chiuso la lista dei libri biblici, i cristiani hanno nella loro Bibbia 46 libri nell’Antico Testamento, inclusi i due libri dei Maccabei, e 27 libri nel Nuovo Testamento.

È solo a partire dal 1521 che Lutero, fondatore del protestantesimo, ha escluso 7 libri dell’Antico Testamento chiamati «deuterocanonici» dai cattolici e «apocrifi» dai protestanti, perché non conformi alla sua dottrina. Nello stesso periodo, Calvino, criticando i cattolici, scrive: «Parlando dei libri della Sacra Scrittura, essi non fanno alcuna distinzione tra gli apocrifi e quelli che da sempre sono stati ritenuti canonici. […] E c’è di più: autorizzando i libri apocrifi, potranno ricavare alcune testimonianze che altrimenti non avrebbero alcun valore. Con il secondo libro dei Maccabei, vorranno dimostrare il loro purgatorio e l’intercessione dei santi. Con la storia di Tobia, le soddisfazioni, i loro incantesimi di candele benedette e altre simili pratiche. Attingeranno anche qualche brano dall’Ecclesiastico. Non dico che questi libri debbano essere del tutto respinti, ma da qui a metterli allo stesso livello di quelli che hanno sempre goduto di piena certezza, non c’è alcuna ragione — se non il fatto che vogliono servirsi di tutto ciò che possono per sostenere la loro causa» [1].

Tuttavia, i due libri dei Maccabei così come gli altri deuterocanonici erano inclusi nelle Bibbie protestanti fino al 1825.

2. Il purgatorio nel Nuovo Testamento

Addolorato per l’indurimento dei cuori che attribuiscono i miracoli di Gesù all’opera di Beelzebù, Gesù dichiara: «qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata. A chi parlerà contro il Figlio dell'uomo, sarà perdonato; ma a chi parlerà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, né in questo mondo né in quello futuro» (Mt 12, 31-32). Gesù lascia così trasparire la possibilità che alcuni peccati siano rimessi nell’altro mondo, cioè dopo la morte.

Gesù ha anche parlato del peccato e non menziona la liberazione se non dopo l’espiazione: «Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo» (Mt 5, 25-26 ; Lc 12, 58-59). Nessuna espiazione è possibile né all’inferno né in paradiso, che sono eterni, e non si può passare dall’uno all’altro (Lc 16, 26). L’espiazione avviene quindi in un altro «luogo», in un altro «stato» che viene chiamato «purgatorio».

San Paolo condanna le divisioni nella Chiesa e poi parla delle opere di ciascuno che devono resistere a un fuoco purificatore: «Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti, nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno. Se l'opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà una ricompensa. Ma se l'opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia, egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco» (1 Co 3, 10-15).

San Giovanni ricorda che non si può entrare in paradiso con la minima impurità. Ci vorrebbe quindi una purificazione previa : «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello. Non entrerà in essa nulla d'impuro, né chi commette orrori o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell'Agnello» (Ap 21, 23.27).

3. Il rifiuto del purgatorio da parte dei protestanti

Il rifiuto della dottrina del purgatorio da parte dei protestanti proviene da presupposti errati: la credenza nella salvezza per la sola fede, indipendentemente dalle opere, e la convinzione che i cristiani siano salvati per sempre non appena professano di credere in Gesù Cristo. Se fosse così, perché Gesù dice: «Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti, in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato» (Mt 12, 36-37) ?

Da questo solo passo si capisce chiaramente che il credente che pronuncia parole contrarie ai comandamenti divini, se non si pente, perderà la sua salvezza e sarà condannato. E saranno le buone parole a salvare i credenti, non solo la loro fede in Gesù. Inoltre, accade che anche il giusto pronunci parole oziose che dovranno essere espiate sulla terra o nel purgatorio, poiché «non c'è infatti sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non sbagli mai» (Qo 7, 20).

Infatti, san Pietro scrive: «Soprattutto conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati» (1 P 4, 8). Dunque, la carità, cioè le buone opere del cristiano, espiano i suoi peccati. Che dire quindi dei peccati veniali che non siano stati coperti o espiati prima della morte del cristiano? Essi saranno necessariamente espiati nel purgatorio. Perché, «se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1 Jn 1, 8).

Morire con un peccato che conduce alla morte (1 Jn 5, 16-17) senza essersene pentiti conduce alla dannazione eterna. Si può citare l'esempio dell’impudicizia: «Di fornicazione e di ogni specie di impurità o di cupidigia neppure si parli fra voi – come deve essere tra santi – né di volgarità, insulsaggini, trivialità, che sono cose sconvenienti. Piuttosto rendete grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - cioè, nessun idolatra - ha in eredità il regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi inganni con parole vuote: per queste cose, infatti, l'ira di Dio viene sopra coloro che gli disobbediscono» (Ep 5, 3-6). Ciò ricorda ancora una volta l’importanza delle opere che devono essere buone, altrimenti si rischia di perdere la salvezza, e l’Apostolo chiede di non ingannare il proprio fratello a riguardo (1 Th 4, 6).

L’espiazione del purgatorio non sarà la stessa per tutti: «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12, 47-48).

Nota :

[1] Jean Calvin, Les actes du Concile de Trente : avec le remède contre le poison, 1548, 4ème session, https://www.e-rara.ch/gep_g/content/structure/282242

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